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Quando il giornalismo diventa Storia

Ryszard Kapuściński (nato a Pinsk nel 1932 e morto a Varsavia nel 2007), corrispondente estero dell’agenzia di stampa polacca PAP, viaggiò tra l’Africa, l’Asia, l’Europa e le Americhe, assistendo e raccontando al mondo guerre, colpi di stato, rivoluzioni: la fine dei regimi coloniali europei. Come scrive lui stesso in Ebano, “viaggiavo continuamente. Evitavo i percorsi ufficiali, i palazzi, i personaggi importanti e la grande politica. Preferivo chiedere occasionali passaggi, sui camion percorrere il deserto con i nomadi, farmi ospitare dai contadini della savana tropicale”. Per molti giovani giornalisti ha rappresentato l’essenza del mestiere, il reporter di guerra che consuma la suola delle scarpe per cercare le notizie e raggiungere le zone più lontane e sperdute del pianeta. Per assistere agli eventi, per raccontarli e per spiegare al resto mondo quello che sta accadendo. È stato uno dei più attenti osservatori del mondo che cambia: “Diciamo che la maggior parte della mia vita professionale è stata dedicata a osservare il divenire della storia della seconda metà del XX secolo. E che questo divenire della storia, come la nascita del Terzo mondo e, in genere, la nascita di un mondo nuovo, sono stati la mia grande passione. […] Perché mai mi sono interessato proprio all’Etiopia, all’Iran e all’Urss? Ma perché sono stato testimone degli eventi che vi si producevano. Erano rivoluzioni che interessavano tutti. Lavorando come facevo per varie agenzie o redazioni e descrivendo quello che vedevo, ho espletato, per così dire, un compito sociale”.
Fin da subito i suoi testi sono andati oltre al giornalismo e si sono avvicinati – per accuratezza e ricchezza di dati, parallelismi, commenti storico-politici e interpretazioni – al lavoro dello storico, come si vede nel brano che vi proponiamo, tratto da Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo pubblicato da Feltrinelli nel 2009, in cui racconta la decolonizzazione:

Proviamo a paragonare tra loro la carta geografica del mondo all’inizio del XX secolo e quella della sua fine. Sono completamente diverse. Sulla prima il mondo appare diviso in due parti distinte. La prima è colorata di rosa. Salta subito agli occhi che questo colore è in minoranza e che corrisponde a un piccolo numero di Stati. Piccolo ma importante. È il gruppo degli Stati che governano il pianeta, sono i padroni delle colonie interne e d’oltremare, dei territori assoggettati e da loro dipendenti. Le restanti parti della mappa, enormi, sono invece da colorare di giallo. Sono le vaste zone del nostro globo abitate da gente dipendente, sottomessa, privata della sua soggettività politica e statale.
Se oggi, a distanza di cento anni, prendiamo in mano l’odierna mappa del globo testimoniante lo stato delle cose fino alla fine del secolo, constatiamo che il suo colore è uniforme e che vi appaiono circa duecento Stati, almeno formalmente indipendenti. Ecco la fondamentale evoluzione compiuta dalla storia nel nostro secolo: elevare miliardi di nostri fratelli e sorelle alla dignità di cittadini dei loro stati sovrani. Nella storia dell’umanità non si era mai verificato, né mai più si verificherà, un evento del genere.
[…]
Questo grande movimento di continenti assoggettati verso la libertà ha anche rappresentato, sul piano della civiltà, uno straordinario fenomeno dal quale è nato un mondo multiculturale completamente nuovo. Va da sé che la varietà delle culture è sempre esistita: sono anni che l’archeologia, l’etnografia, la storia orale e scritta ci forniscono innumerevoli testimonianze circa la loro ricchezza e diversità. Nei tempi moderni, tuttavia, la dominazione della cultura europea è stata talmente totale e schiacciante da ridurre le culture extraeuropee a una condizione di letargo e di ibernazione, come quella araba e cinese, oppure a uno stato di emarginazione e isolamento, come quella bantu e quella andina.


(Ryszard Kapuściński, Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo, Feltrinelli, Milano, 2009, pp. 27-28).